Ci sono vigne che chiedono pazienza. E poi ce ne sono altre che chiedono coraggio.
È il caso di Vigna Cigliano Solfatara, il vigneto delle Cantine Federiciane nel cuore dei Campi Flegrei, dove la vendemmia 2026 racconta molto più della semplice raccolta dell’uva. Racconta un modo di fare viticoltura che significa confrontarsi ogni giorno con un territorio affascinante quanto complesso, custodendone non soltanto le vigne, ma l’intero ecosistema.
Qui la viticoltura è, nel senso più autentico del termine, eroica. I suoli di matrice vulcanica, sabbiosi e fragili, le forti pendenze e i terrazzamenti rendono difficile la meccanizzazione e impongono un lavoro prevalentemente manuale. È un paesaggio costruito nei secoli dal rapporto tra uomo e natura, che la famiglia Palumbo ha scelto non di addomesticare, ma di rispettare.
Vigna Cigliano si trova infatti in un’area dalla forte identità vulcanica, tra l’Oasi degli Astroni, la Solfatara e il Golfo di Pozzuoli. Il terreno è ricco di cenere vulcanica, tufo e sabbie leggere e proprio la complessa conformazione della collina rende ogni intervento in vigna più impegnativo. Il progetto ha permesso di recuperare antichi terrazzamenti e restituire alla viticoltura un’area che rischiava di essere abbandonata, contribuendo così anche alla tutela del paesaggio flegreo.
Ma recuperare un vigneto, per le Cantine Federiciane, non significa trasformarlo in una monocoltura.
Tra i filari continuano infatti a vivere ulivi, fichi e altre specie vegetali già presenti sul terreno, insieme alle essenze spontanee che fanno parte di questo piccolo ecosistema: dalla rucola selvatica alla portulaca. Piante che non vengono considerate presenze da eliminare, ma componenti di una biodiversità da proteggere.
La scelta è precisa: lasciare che la vigna continui a essere parte di un ambiente agricolo complesso, nel quale la vite convive con altre colture e con la vegetazione spontanea.
Una filosofia che prosegue anche una volta terminata la vendemmia. La cantina opera infatti secondo una logica orientata alla riduzione degli sprechi e al recupero dei residui della lavorazione: persino i raspi, anziché essere considerati semplicemente uno scarto, vengono avviati alla distilleria affinché possano trovare un ulteriore impiego.
Un principio di circolarità che parte dalla terra e continua lungo il processo produttivo: utilizzare ciò che la natura offre cercando, per quanto possibile, di restituire valore anche a ciò che resta dopo la trasformazione.
È in questo contesto che maturano le diverse varietà presenti a Vigna Cigliano.
Accanto ad Aglianico e Piedirosso, protagonisti della tradizione vitivinicola campana, emerge il Marsigliese, raro vitigno a bacca rossa legato storicamente ai Campi Flegrei. In passato veniva utilizzato anche come uva da taglio per conferire maggiore intensità al Piedirosso; oggi è al centro di un processo di riscoperta e valorizzazione. A Vigna Cigliano è stato identificato come biotipo locale e il suo recupero contribuisce a riportare l’attenzione su quel patrimonio di varietà minori che per lungo tempo ha rischiato di scomparire.
«Vigna Cigliano rappresenta per noi una nuova sfida e, allo stesso tempo, una grande opportunità. Abbiamo scelto di investire in un vigneto eroico perché crediamo che proprio nei territori più difficili si possa trovare un’identità straordinaria», spiega Antonio Palumbo, direttore commerciale delle Cantine Federiciane.
Il lavoro di recupero riguarda anche il patrimonio ampelografico a bacca bianca. A Cigliano convivono infatti Falanghina, Bombino, Greco, Montonico e Verdeca. Quest’ultima rappresenta una presenza particolarmente interessante: la Verdeca non è considerata un vitigno autoctono campano ed è storicamente associata soprattutto alla Puglia, pur essendo da tempo presente anche in alcune aree viticole della Campania.
La presenza di varietà diverse diventa così un ulteriore elemento del progetto: non uniformare il vigneto, ma recuperare e custodire quella complessità agricola che in passato caratterizzava le colline flegree.
«Il lavoro in un vigneto come questo è completamente diverso. Qui bisogna ascoltare la terra, rispettarne i tempi e intervenire con attenzione. La difficoltà del terreno diventa parte del valore dell’uva che raccogliamo», racconta Luca Palumbo, enologo delle Cantine Federiciane.
E durante la vendemmia questo rapporto diventa ancora più evidente.
La raccolta è manuale, i grappoli vengono selezionati tra i filari e trasportati verso la cantina, dove inizierà il percorso di trasformazione. Dietro ogni cassetta d’uva ci sono così il lavoro dell’uomo, la natura vulcanica del terreno, la biodiversità della collina e la scelta di continuare a coltivare anche dove sarebbe più semplice rinunciare.
L’acquisizione e il recupero di Vigna Cigliano Solfatara si inseriscono nel percorso di crescita delle Cantine Federiciane, azienda vitivinicola campana arrivata alla quarta generazione della famiglia Palumbo, con Antonio Palumbo alla direzione commerciale, Luca Palumbo come enologo e Marco Palumbo impegnato nella gestione aziendale.
Un percorso che guarda al futuro partendo dalla memoria agricola del territorio e dalla volontà di recuperare non soltanto antichi vigneti, ma anche varietà, paesaggi e pratiche che rischierebbero altrimenti di andare perduti.
La stessa filosofia attraversa il progetto Flegreo-Art, nato per mettere in dialogo vino e arte contemporanea e culminato quest’anno nell’omaggio a Napoli per i suoi 2500 anni, con le Magnum dello spumante Flegreo realizzate in collaborazione con l’artista Annalisa Saggiomo e il laboratorio VetrArte.
Dal vigneto alla bottiglia, il filo conduttore resta dunque uno solo: il territorio.
Maria Consiglia Izzo




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